La Befana secondo Barbieri: il foulard come icona culturale italiana

29 Dicembre 2025

Quando il frastuono dei festeggiamenti natalizi inizia a placarsi e l’euforia del Capodanno si attenua, in Italia si attende un ultimo, magico epilogo. La notte tra il 5 e il 6 gennaio, l’aria non è più pervasa dall’attesa di Babbo Natale, che ha già fatto il suo lavoro e ha consegnato i doni ai bambini di tutto il mondo, ma da quella di una figura molto più antica e, per certi versi, più complessa: la Befana.

Lontana dall’immagine patinata e universale del suo collega vestito di rosso, la Befana è un archetipo radicato nel folklore italiano, una vecchia strega buona a cavallo di una scopa, con l’immancabile foulard in testa, che, anziché incutere timore, porta doni e segna la conclusione definitiva del periodo festivo.

La sua festa, chiamata anche Epifania, è un momento di sincretismo culturale unico, in cui la tradizione cristiana della visita dei Re Magi a Gesù Bambino si fonde inestricabilmente con un racconto popolare dalle origini antichissime. Ma chi è, esattamente, questa figura notturna, e perché la sua leggenda continua ad affascinare generazioni di italiani, resistendo all’omologazione delle festività globali?

L’immagine della Befana è inconfondibile 

L’immagine della Befana è inconfondibile e scolpita nell’immaginario collettivo. È una donna anziana, dal viso solcato da rughe benevole, il naso adunco e un mento pronunciato. Il suo abbigliamento è l’antitesi del lusso: veste di cenci, abiti scuri e rattoppati, coperta da scialli consunti per proteggersi dal gelo delle sue traversate notturne. A completare il quadro, un foulard in testa, calze spesse e scarpe rotte.

Il suo mezzo di trasporto non è una slitta trainata da renne, ma una semplice e logora scopa di saggina, con la quale vola di tetto in tetto per calarsi dai camini. Nonostante l’aspetto possa richiamare quello delle streghe delle fiabe, la Befana non è una figura cattiva.

Più che altro è una sorta di nonna magica, burbera ma generosa, che porta con sé un sacco di iuta colmo non solo di regali, ma anche di significati profondi. Il suo nome stesso è una traccia delle sue origini: “Befana” è una corruzione popolare del termine greco Epifania, che significa “manifestazione” o “apparizione”, a testimonianza del suo legame indissolubile con la festività religiosa del 6 gennaio.

Le origini della leggenda

La storia più diffusa che la riguarda è un racconto intriso di umanità, che la collega direttamente alla narrazione evangelica. La leggenda vuole che i Re Magi, in viaggio verso Betlemme seguendo la stella cometa, si fermarono a bussare alla porta di una casetta per chiedere indicazioni. Ad aprirgli fu un’anziana signora, la Befana appunto, intenta a spazzare il pavimento con meticolosa dedizione.

Impressionati dalla sua saggezza, i Magi la invitarono a unirsi a loro nel viaggio per onorare il nuovo Re appena nato. Ma la Befana, orgogliosa e forse troppo assorta nelle sue faccende domestiche, declinò l’invito. Sostenne di avere troppo lavoro da sbrigare e che non poteva assolutamente lasciare la sua casa in disordine. I Re Magi ripresero il loro cammino e la donna tornò alle sue pulizie.

Tuttavia, poco dopo, la donna provò un profondo rimpianto. Capì di aver perso un’occasione irripetibile e così preparò un cesto colmo di dolci e doni, afferrò la sua scopa e si lanciò nel cielo notturno alla ricerca dei Magi e del Bambino. Non riuscendo a trovarli, decise di fermarsi in ogni casa che incontrava, lasciando un regalo a ogni bambino addormentato, nella speranza che uno di loro fosse proprio quel Bambino speciale che aveva mancato di onorare. Da quella notte, la sua ricerca non si è mai interrotta e ogni anno, il 6 gennaio, continua il suo viaggio per espiare quel suo antico rifiuto.

I doni nella calza hanno un significato profondo

Il rituale legato alla Befana è semplice e familiare. I bambini appendono una calza vuota al camino (o in un angolo della cucina) la sera del 5 gennaio. Durante la notte, la Befana la riempirà di dolciumi, frutta secca e piccoli giocattoli per coloro che sono stati buoni. Per chi si è comportato male, invece, la tradizione vuole che lasci solo del carbone.

Questo carbone, oggi visto come un bonario monito, ha in realtà radici simboliche molto più antiche. Nelle tradizioni pagane, il carbone lasciato nei focolari era un simbolo propiziatorio, un residuo del falò rituale che rappresentava la fertilità della terra e l’energia per il nuovo anno. Con il tempo, questo significato si è trasformato, assumendo la connotazione di una lieve “punizione” per i piccoli monelli.

A differenza di Babbo Natale, la Befana non riceve letterine né esaudisce desideri specifici. I suoi sono doni semplici, pensieri che possono stare in una calza, a simboleggiare un gesto di affetto più che un atto di consumo.

Il gesto purificatore della scopa

Un dettaglio affascinante e spesso trascurato della leggenda è il ruolo della scopa. La Befana non la usa solo per volare, ma anche, si dice, per spazzare il pavimento della casa in cui entra, prima di andarsene. Questo gesto è carico di un potente simbolismo: la Befana, spazzando, non pulisce solo la polvere, ma “spazza via” le negatività e i problemi dell’anno appena concluso, lasciando la casa pronta per un nuovo inizio.

Questo atto purificatore la collega a riti di passaggio ancora più antichi, legati al solstizio d’inverno e al rinnovamento ciclico della natura. In questo senso, la Befana non è solo colei che porta i doni, ma è la figura che chiude un ciclo. Il famoso detto italiano “l’Epifania, che tutte le feste porta via” non è casuale: la sua visita segna il malinconico ma necessario ritorno alla normalità, la fine delle luci e dei festeggiamenti, e l’inizio di un nuovo anno di lavoro e routine.

È l’epilogo dolceamaro di un periodo magico, incarnato da una figura che, con la sua scopa e il suo sacco, ci aiuta a voltare pagina.

La Befana secondo Barbieri: cosa significa il foulard

Il foulard in testa, soprattutto nella tradizione italiana ed europea, non è mai stato solo un accessorio. È un simbolo. Significa protezione. Storicamente, le donne italiane portavano un foulard in testa per proteggere:

  • dal freddo

  • dal sole

  • dalla polvere

  • dal vento

Ma anche da ciò che non si vede: era una sorta di scudo intimo, un modo per tenere qualcosa di prezioso vicino alla testa, il luogo dei pensieri.

Nelle campagne, nei borghi, nelle città, il foulard diceva chi eri:

  • il tuo stato sociale

  • la tua età

  • il tuo umore

  • a volte persino la tua regione

Ogni modo di annodarlo raccontava una storia diversa. Era una firma personale, prima ancora che esistesse la moda come la intendiamo oggi.

Il foulard in testa, inoltre, significava dignità. Era il segno di una donna che lavorava, che affrontava la vita, che non aveva bisogno di mostrarsi per esistere. Una femminilità radicata, concreta, elegante senza ostentazione.

La Befana porta il foulard perché rappresenta una donna che ha vissuto. Non è una principessa.
È una figura materna, una nonna saggia, che attraversa il tempo.

Foulard di seta Barbieri, il regalo perfetto per un’Epifania indimenticabile

Durante l’Epifania si pensa alle persone che contano davvero: una madre, una nonna, una sorella, un’amica. E allora il foulard diventa perfetto. Perché non è invadente. Non pretende spazio. Ma sa farsi sentire.

Ragazza di colore con un foulard verde ruggine in testa

Un foulard Barbieri può essere indossato al collo, sui capelli, legato a una borsa. Può cambiare forma, stile, umore. Come le persone che lo ricevono.

Ragazza di profilo con un foulard multicolore sulla testa

Cosa indossa davvero una donna quando si annoda un foulard in testa? A volte, è una corona. Fatta di seta invece che d’oro, ma che le ricorda il suo valore. Altre volte è un elmo. Morbido e colorato, che la protegge dal rumore del mondo e la aiuta a concentrarsi su di sé.
Spesso, è una bandiera. Un vessillo personale che dichiara, senza parole, la sua identità e il suo umore del giorno.

Ragazza di colore con un foulard sul blu scuro in testa e un fiore dinanzi alla bocca

 

Questo gesto è l’eredità di chi ha usato un semplice pezzo di stoffa per affermare qualcosa di profondo: l’autonomia di chi non segue la corrente. L’eleganza di chi sa che la bellezza è un gesto, non un oggetto.
La libertà di cambiare pelle ogni giorno, pur rimanendo sempre fedele a se stessa.

Micaela Corallo – Designer di Barbieri 1945

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